a cura dell'avv. Michele Grisafi

L' "infortunio in itinere", oggetto di particolare disciplina in molte legislazioni straniere, non è mai stato specificatamente regolamentato dalla legislazione italiana fino al D. Lgs. 38/2000, sebbene il Parlamento avesse conferito al Governo con legge 19 gennaio 1963 n. 15 una delega diretta a far emanare entro un anno dall'esecutivo "norme intese a disciplinare l'istituto dell'infortunio in itinere".

La lacuna legislativa nel corso degli anni è stata comunque colmata dalla giurisprudenza, e numerosi sono stati gli interventi della magistratura, a tutti i livelli, tesi a ricomprendere l’infortunio in itinere nella più vasta sfera dell'infortunio sul lavoro. In particolare, la giurisprudenza di legittimità ebbe modo di chiarire che, ai sensi dell'articolo 2 del Dpr 1124/1965, l'indennizzabilità dell'infortunio in itinere subito dal lavoratore nel percorrere con un mezzo proprio la distanza tra la sua abitazione e il luogo di lavoro, postulava:
a) un nesso causale tra il percorso seguito e l'evento-infortunio, nel senso che tale percorso deve rappresentare per l'infortunato quello normale per recarsi al lavoro e per tornare alla propria abitazione;
b) un nesso almeno occasionale tra l'itinerario seguito e l'attività lavorativa, nel senso che detto itinerario non sia percorso dal lavoratore per ragioni personali o in orari non collegabili all’attività lavorativa;
c) la necessità dell'uso del mezzo di trasporto privato, considerati gli orari lavorativi e quelli dei pubblici servizi di trasporto e tenuto conto della possibilità di stazionare in luogo diverso dalla propria abitazione, purché la distanza tra tali luoghi sia ragionevole ( v. Cassazione 6868/2001 e 5063/2000).

Sulla scia quindi di una ormai consolidata giurisprudenza che ha ampliato notevolmente il numero delle situazioni rientranti nella fattispecie concettuale di infortunio "in itinere", e a distanza di oltre trenta anni dall'emanazione del Dpr 1124/1965, il legislatore è finalmente intervenuto con l’ articolo 12 del Dlgs 38/2000.

Sono state delineate tre ipotesi di infortunio in itinere, che ricomprendono l'evento avvenuto:
- durante il normale percorso di andata e ritorno dal luogo di abitazione a quello di lavoro;
- durante il normale percorso che collega due luoghi di lavoro se il lavoratore ha più rapporti di lavoro;
- durante il normale percorso di andata e ritorno dal luogo di lavoro a quello di consumazione abituale dei pasti, purché «non sia presente un servizio di mensa aziendale».

L'assicurazione non opera in caso «d'interruzione o deviazione del tutto indipendenti dal lavoro o, comunque, non necessitate», con la precisazione che «l'interruzione e la deviazione si intendono necessitate quando sono dovute a causa di forza maggiore, ad esigenze essenziali ed improrogabili o all'adempimento di obblighi penalmente rilevanti». E’ altresì previsto che «l'assicurazione opera anche nel caso di utilizzo di mezzo di trasporto privato, purché necessitato», e che in tal caso non sono tutelati né «gli infortuni direttamente cagionati dall'abuso di alcolici o di psicofarmaci o dall'uso non terapeutico di stupefacenti ed allucinogeni», né quelli che coinvolgono un «conducente sprovvisto della prescritta abilitazione di guida».

L'indeterminatezza di certe espressioni enunciate nell’articolo, quali il "percorso normale", le interruzioni o deviazioni “necessitate" o dovute a forza maggiore o all'adempimento di obblighi penalmente rilevanti, l'uso "necessitato" del proprio automezzo, hanno alimentato diverse interpretazioni.

Anche prima dell’intervento legislativo, la giurisprudenza ha sottolineato la necessità che il lavoratore utilizzasse per raggiungere il luogo di lavoro il percorso normale, cioè quello più breve e diretto, in quanto una deviazione non richiesta da ragioni di lavoro o la scelta ingiustificata di un percorso più lungo, configurando un rischio generico comune, interrompe il nesso eziologico tra il lavoro e la strada percorsa, escludendo il diritto all'indennizzo (Cassazione, sentenze 19 gennaio 1998 n. 445 e 1° febbraio 2002 n. 1320). Si è richiesto, inoltre, che il normale itinerario sia percorso in orario prossimo a quello d'inizio e di fine della prestazione (Cassazione, sentenze 19 gennaio 1998 n. 455 e 21 aprile 1999 n. 3970), ammettendosi scarti tali da non determinare un maggiore rischio per il rientro a casa o per l'accesso al posto di lavoro (Cassazione, sentenza 18 luglio 2002 n. 10468).

Il legislatore, nel confermare il requisito del normale percorso, ha escluso l'indennizzabilità, quando il lavoratore abbia attuato, rispetto al percorso per raggiungere il luogo di lavoro, un'interruzione o una deviazione non necessitata, cioè volta a soddisfare ragioni o interessi personali. Con ordinanza n. 1/2005 la Corte Costituzionale ha dichiarato manifestamente infondata la questione di costituzionalità della norma che esclude l'indennizzabilità dell'infortunio in itinere in presenza di un'interruzione del normale percorso di andata e ritorno, compiuto dal lavoratore; ha precisato, infatti, che quest'ultima espressione, lungi dal doversi intendere come una qualsivoglia ipotesi di soluzione di continuità del tragitto, deve essere interpretata nel senso che non integra l'ipotesi ostativa una breve sosta  (di cinque minuti, nella fattispecie in decisione) che non alteri le condizioni di rischio per l'assicurato, con valutazione che deve tener conto delle peculiarità del caso concreto. Ne consegue che il lavoratore che, recandosi al lavoro o rientrando a casa, interrompa il viaggio per pochi minuti (ad esempio per consumare un caffè, per acquistare un prodotto, per soddisfare un bisogno fisiologico ecc.), non pone in essere una condotta idonea ad alterare le condizioni di rischio e, quindi, continua a beneficiare della copertura assicurativa.

Con riferimento alla delimitazione delle situazioni normativamente previste, idonee a rendere indennizzabile l'infortunio pur in presenza di un'interruzione o di una deviazione dettata da ragioni personali e tale da alterare le condizioni di rischio, nelle cause di forza maggiore di solito si ricomprendono la chiusura della strada solitamente percorsa, il guasto del mezzo di trasporto, la necessità di affrontare un malore; nelle esigenze essenziali e improrogabili, la necessità di assolvere doveri familiari, sociali e morali comunemente apprezzati dalla collettività (es. accompagnamento dei figli a scuola prima dell’inizio del lavoro ) ovvero, più in generale, le determinazioni assunte per soddisfare valori costituzionalmente tutelati (Cass. n. 10750/2001); nell'adempimento di obblighi penalmente rilevanti, la necessità di prestare soccorso a terzi o di denunciare un reato.

Nel caso di utilizzazione del mezzo privato è essenziale l'accertamento dell'esistenza del requisito dell'uso necessitato. La giurisprudenza ha ritenuto meritevole di tutela l’uso del mezzo privato finalizzato al soddisfacimento di esigenze di natura oggettiva, nelle quali il ricorso al mezzo proprio è funzionale a un corretto adempimento dei compiti lavorativi (ad esempio, assenza di mezzi pubblici o copertura parziale del percorso, orario di lavoro non compatibile con quello dei mezzi pubblici, condizioni fisiche peculiari, necessità di trasportare strumenti di lavoro, necessità di servirsi di mezzi di trasporto forniti e prescritti dal datore di lavoro etc.); ovvero al soddisfacimento di esigenze soggettive di vita sociale, familiare e di più utile utilizzazione del tempo (Cassazione  n. 10750/2001 che ha valorizzato il pasto in famiglia per mantenere un più stretto legame familiare; Cassazione n. 14715/2000, che ha valorizzato i vantaggi di un rapido rientro a casa per gli impegni di madre; Cassazione n. 11148/1998, che ha valorizzato il rientro anticipato per prestare assistenza a un familiare).

L'indennizzabilità dell'infortunio è stata invece esclusa (rischio elettivo) quando la distanza tra l'abitazione e il luogo di lavoro sia percorribile a piedi (Cassazione, sentenza 11 dicembre 2001 n. 15617), quando il lavoratore utilizzi la vettura all'esterno per far fronte a un problema aziendale estraneo alle mansioni svolte e senza autorizzazione del datore di lavoro (Cassazione, sentenza 8 settembre 2003 n. 13110, infortunio occorso a un dipendente che si era recato in città per l'acquisto di un pezzo di ricambio necessario per un macchinario cui non era addetto), quando l'uso dei mezzi pubblici non sia particolarmente disagevole e richieda quasi lo stesso tempo occorrente per effettuare il percorso con il mezzo privato (Cassazione, sentenza 1° luglio 1998 n. 6449).

Va inoltre segnalato che con la sentenza del 17 gennaio 2007, n. 995 la Cassazione ha ristretto l'ambito di operatività della disciplina sull'infortunio in itinere occorso durante l'utilizzo del mezzo privato. In particolare, in una fattispecie di un infortunio a carico di una lavoratrice che sosteneva la tesi di avere utilizzato il mezzo privato anziché quello pubblico poiché riusciva a risparmiare circa quaranta minuti soddisfacendo sia alle proprie esigenze familiari sia alle proprie condizioni fisiche (menomate da una malattia), la Suprema Corte ha negato l’indennizzo del sinistro come infortunio in itinere. La Cassazione, in particolare, ha ritenuto che affinché l'utilizzo del mezzo privato sia consentito, occorre da una parte che il veicolo venga utilizzato per ottenere un più stretto legame familiare o per migliorare l'efficienza dell'attività lavorativa, dall'altra parte che sia assente il mezzo pubblico. Quest’ultimo va considerato come il mezzo di trasporto normale "per la mobilità delle persone e comporta il grado minimo di esposizione al rischio della strada". In tale modo si realizza quel concetto di necessità, che la norma richiede ai fini dell'indennizzabilità dell'infortunio occorso durante l'utilizzo del mezzo privato. Secondo la Suprema Corte, quindi, non si possono porre a carico della collettività aspettative personali che "seppure legittime per accreditare condotte di vita quotidiana improntate a maggiore comodità o a minori disagi, non assumono uno spessore sociale tale da giustificare un intervento a carattere solidaristico".

Diverse sono, poi, le pronunce che hanno ammesso l’infortunio "in itinere" solo se c'è un rischio cd. “specifico”. Nel caso di caduta durante il percorso a piedi o di danni riportati a seguito dell'uso di mezzi pubblici, non sarebbe sufficiente il rischio generico connesso all'attività di spostamento, ma occorrerebbe anche il rischio specifico collegato all'attività lavorativa, il che viene a verificarsi solo nelle ipotesi in cui il lavoratore nel recarsi al luogo di lavoro (o alla propria abitazione di ritorno dal luogo di lavoro), debba percorrere una strada particolarmente pericolosa, ovvero debba usare un mezzo di trasporto particolare che non sia quello solitamente usato dalla generalità degli utenti. Recependo tale indirizzo giurisprudenziale, ad esempio, la sentenza n. 4572/2006 del Consiglio di Stato ha affermato che “non può ritenersi sufficiente ai fini del riconoscimento di che trattasi che l'incidente sia comunque avvenuto in itinere, essendo necessario anche che il medesimo sia conseguente a circostanze aggravanti il rischio generico incombente sulla generalità delle persone”. Va specificato che non sono altresì suscettibili di indennizzo le lesioni che il lavoratore ha riportato a seguito di comportamenti che abbiano aggravato sensibilmente le condizioni di pericolo, sfociando nel cd. rischio “elettivo” (per esempio, guida in stato di ebbrezza o con gravi violazioni del codice della strada).

Si riportano, infine, alcune interessanti pronunce:

Sentenza del 27 aprile 2010, n. 10028: La configurabilità di un infortunio "in itinere" comporta il suo verificarsi nella pubblica strada e, comunque, non in luoghi identificabili in quelli di esclusiva proprietà del lavoratore assicurato o in quelli di proprietà comune, quali le scale ed i cortili condominiali, il portone di casa o i viali di complessi residenziali con le relative componenti strutturali. Questo perché si deve trattare di luoghi in cui la parte non ha possibilità diretta di incidere per escludere o ridurre i rischi di incidenti, cosa che invece può fare in tali ambiti.

Sentenza del 10 settembre 2009, n. 19496:  Il rischio elettivo, configurato come l'unico limite alla copertura assicurativa di qualsiasi infortunio, in quanto ne esclude l'essenziale requisito della "occasione di lavoro", con riferimento all'"infortunio in itinere" assume una nozione più ampia, rispetto all'infortunio che si verifichi nel corso della attività lavorativa vera e propria, in quanto comprende comportamenti del lavoratore infortunato anche contrari a norme di legge o di comune prudenza, dovendosi escludere la rilevanza dei soli comportamenti abnormi che, ricollegandosi ad una scelta del lavoratore di correre rischi estranei alla necessità di raggiungere il posto di lavoro, interrompono od escludono il nesso di occasionalità dell'infortunio con il rapporto di lavoro. (Nella specie, trattandosi di infortunio mortale occorso ad una lavoratrice che non si era avvalsa del sottopassaggio pedonale in una stazione, la S.C., nel rigettare il ricorso, ha ritenuto che l'attraversamento dei binari integrasse, secondo il comune sentire, una clamorosa imprudenza e un comportamento abnorme).

Sentenza del 29 luglio 2009, n. 17655: In tema di infortunio "in itinere", il rischio elettivo che ne esclude l'indennizzabilità deve essere valutato con maggiore rigore rispetto a quello che si verifichi nel corso della attività lavorativa diretta, in quanto comprende comportamenti del lavoratore infortunato di per sé non abnormi, secondo il comune sentire, ma semplicemente contrari a norme di legge o di comune prudenza. Ne consegue che la violazione di norme fondamentali del codice della strada può integrare, secondo la valutazione del giudice di merito, un aggravamento del rischio tutelato talmente esorbitante dalle finalità di tutela da escludere la stessa. (Nella fattispecie, anteriore all'entrata in vigore dell'art. 12 del d.lgs. n. 38 del 2000, la S.C. ha confermato la decisione di merito che, analizzando le concrete condizioni psicologiche ed ambientali in cui si era verificato l'infortunio a causa dell'inosservanza di uno "stop" da parte del lavoratore nel tragitto da casa al luogo di lavoro, aveva stabilito che il comportamento del medesimo non aveva comportato l'assunzione di un rischio elettivo escludente la configurabilità di un infortunio "in itinere" indennizzabile).

Sentenza del 29 luglio 2009, n. 17655: In tema di infortunio in itinere, non è indennizzabile il sinistro occorso in caso di deviazione dal percorso diretto, di guida senza patente o in stato di ebbrezza o sotto l'effetto di sostanze stupefacenti e in caso di comportamenti che di per sé non sono abnormi, secondo il comune sentire, ma comunque sono contrari a importanti norme di legge o di comune prudenza. Pertanto anche la violazione di norme del codice della strada, valutata in concreto nella sua gravità rispetto alla norma violata, può integrare quel rischio elettivo che esclude l'indennizzabilità dell'infortuno in itinere. (Nella specie, il lavoratore non aveva rispettato un segnale di stop).

Sentenza del 7 marzo 2008, n. 6211: L'indennizzabilità dell'infortunio in itinere occorso con l'utilizzo di mezzo privato rimane condizionata alla necessità di tale uso, necessità che può essere riferita sia alla maggiore difficoltà di raggiungere il posto di lavoro mediante mezzi pubblici, sia ad esigenze di tutela della vita familiare del soggetto. In ogni caso, trattasi di accertamento in fatto, che sfugge alla possibilità di riesame da parte della Corte di Cassazione ed è soggetto soltanto al controllo di congruità della motivazione. (Nella specie la S.C. ha ritenuto che la motivazione addotta dalla Corte d'appello fosse esauriente, immune da vizi logici o contraddizioni, e tale quindi da sottrarsi ad ogni censura in sede di legittimità. Pertanto, ha respinto il ricorso).

Sentenza del 14 febbraio 2008, n. 3770: In tema di indennizzabilità dell'infortunio occorso a lavoratore autonomo, la tutela assicurativa non riguarda quella parte di attività non attinente al momento lavorativo-esecutivo, bensì a quello organizzativo-imprenditoriale dell'attività economica dell'azienda; ne consegue che l'estensione della tutela agli infortuni "in itinere" può riguardare gli spostamenti del lavoratore al fine di acquistare i beni direttamente necessari per la produzione, ma non anche quelli finalizzati all'acquisto o alla consegna di beni necessari per l'organizzazione amministrativa e contabile. (Nella specie, la S.C., nel cassare la sentenza impugnata, ha affermato l'indicato principio in controversia concernente l'infortunio occorso al titolare di un'azienda agricola il quale, venduto il latte di sua produzione ad un caseificio, si era subito recato a piedi alla Coldiretti, al fine di farsi predisporre una ricevuta fiscale da consegnare all'acquirente).

Sentenza del 10 dicembre 2007, n. 25742: L'infortunio in itinere è indennizzabile solo quando l'uso del mezzo privato di trasporto si renda necessario in base a una ragionevole scelta del lavoratore, sicché la sua configurabilità va esclusa nell'ipotesi in cui il tragitto dall'abitazione al luogo di lavoro possa essere agevolmente coperto, anche per il ritorno, mediante l'uso del mezzo pubblico. Non costituisce rischio elettivo, tale da escludere l'occasione di lavoro, l'uso del mezzo proprio di trasporto quando la distanza non sia coperta da un regolare servizio di mezzi pubblici che assicurino il trasposto in tempi ragionevoli, specie quando il lavoratore nello spazio di un'ora di pausa pranzo deve raggiungere la propria abitazione, desinare e tornare al lavoro.

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